Ca prostatico, procedure gestione standard messe in discussione all’EAU di Stoccolma

Selezionata da Pietro Cazzola

Cancro prostataI pazienti con cancro prostatico avanzato (Cpa) potrebbero avere migliori chances di sopravvivenza se fossero sottoposti direttamente alla terapia radicale (prostatectomia o radioterapia) piuttosto che al trattamento ormonale. La revisione delle strategie di trattamento del Cpa è solo una delle controversie che hanno animato il 29° Congresso annuale dell’Associazione europea di urologia (Eau), che si conclude oggi a Stoccolma (Svezia). Secondo un team internazionale guidato da Peter Wiklund del Karolinska Institutet l’attuale approccio standardizzato che prevede di non offrire al paziente Cpa la terapia radicale ma solo la terapia di deprivazione androgenica (Adt) – essendo già avvenuta la diffusione del tumore al di fuori della prostata – non è vantaggiosa. Lo dimostra la revisione sistematica dei dati del Registro nazionale svedese del cancro prostatico, comprendente le informazioni di circa il 98% dei casi rilevati nel Paese scandinavo tra il 1996 e il 2010 (oltre 190mila uomini). Da questo archivio, sono stati selezionati 2 gruppi di 699 persone, il 1° sottoposto ad Adt come primo trattamento, il 2° trattato direttamente con exeresi radicale o radioterapia seguita da Adt. Si è riscontrato un numero di decessi per cancro prostatico due volte e mezzo superiore nei pazienti del 1° gruppo rispetto al 2°, con rispettivamente 231 e 93 morti al follow-up a 14 anni. Da un team ricercatori di Baden (Svizzera), invece, è il concetto di “sorveglianza attiva” a essere messo in dubbio: l’opzione di monitorare le forme a lenta crescita potrebbe non essere così sicura come si ritiene, affermano, in quanto un quarto dei pazienti esce dal programma di monitoraggio. Lo rivela il loro studio condotto in un ospedale di normali dimensioni, non un centro medico accademico (e forse per questo più rappresentativo del “real world”). Sono stati seguiti 157 pazienti per un periodo di 13 anni di sorveglianza attiva. Al termine si è riscontrato che il 28% aveva bisogno di un trattamento definitivo, ma che un altro 27% non si era presentato agli appuntamenti raccomandati, non rispondendo alle lettere per i check-up. «Molti di questi potrebbero avere sviluppato una malattia progressiva o essere deceduti» ha sottolineato il coordinatore della ricerca, Lukas Hefermehl. «Nei futuri protocolli di sorveglianza attiva bisognerà tenere conto di questo “fattore paziente”».