Prostata, un test per capire se il tumore è aggressivo

Selezionata da Pietro Cazzola

Prostata cancroIl livello di espressione di tre geni associati con l’invecchiamento potrebbe essere di aiuto per capire quali tumori della prostata apparentemente a basso rischio lo siano davvero. Lo spiegano, in uno studio appena pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine i ricercatori dell’Herbert Irving Comprehensive Cancer Center alla Columbia University, che portano un nuovo contributo a una delle maggiori sfide aperte quando si parla di carcinoma prostatico: cercare di identificare, con parametri più attendibili degli attuali, la minoranza di forme aggressive dalla maggioranza di quelle indolenti. Un passaggio fondamentale per stabilire se e come trattare ogni singolo paziente.

GATTO O PANTERA? - «Sta diventando sempre più evidente che, nonostante sia la neoplasia più frequente nel maschio e costituisca la seconda causa di morte per tumore, non sono ancora del tutto chiari i criteri con i quali identificare l’aggressività biologica di questa malattia - spiega Pierpaolo Graziotti, responsabile dell’urologia all’Istituto Humanitas di Milano e presidente di AURO.it, l’Associazione Urologi Italiani -. Per intenderci, oggi dire a un uomo che ha un cancro della prostata è come dirgli che ha un felino in casa: una cosa è avere un gatto, magari piccolo, un’altra una pantera nera. A noi serve, e ancora non l’abbiamo ma molti sono gli studi in corso, uno strumento che ci aiuti a capire al meglio con che tipo di tumore abbiamo a che fare per decidere se intervenire subito con le terapie efficaci di cui disponiamo o se tenere il paziente semplicemente sotto osservazione, evitandogli così i possibili effetti collaterali delle cure (quali impotenza e incontinenza urinaria)».

LO STUDIO - «La maggior parte dei carcinomi prostatici diagnosticati ogni anno è indolente e resta tale - dice l’autrice dello studio Cory Abate-Shen, docente di urologia oncologica alla Columbia -, ma un biomarker basato sui tre geni che abbiamo identificato potrebbe aiutare a risolvere il dilemma diagnostico e assicurarci che i pazienti non vengano trattati né troppo né troppo poco». Nella loro ricerca gli studiosi si sono focalizzati sui geni relativi all’invecchiamento, in particolare quelli legati alla senescenza cellulare, un fenomeno naturale dell’organismo che è stato associato a lesioni prostatiche benigne. Usando poi un algoritmo a computer hanno individuato tre geni (FGFR1, PMP22 e CDKN1A) che paiono indicare accuratamente la presenza di un tumore a basso rischio. Hanno poi monitorato per 10 anni 43 pazienti con un carcinoma della prostata poco aggressivo (definito tale secondo i parametri attualmente in uso, tra cui il livello di Gleason inferiore a 6, e anche per la presenza dei tre geni marcatori): alla fine dell’osservazione soltanto 14 partecipanti al trial hanno visto progredire la malattia e il nuovo test li ha correttamente individuati. «Nel trial preliminare siamo riusciti a scoprire con precisione quali malati a basso rischio avrebbero poi sviluppato un tumore che progrediva - dice Abate-Shen -, ora procederemo a testare il metodo su un numero più ampio di pazienti».

LA GIUSTA DIREZIONE - Ad oggi, i medici utilizzano diversi test per diagnosticare la presenza e lo stadio di un carcinoma prostatico e poi la sua aggressività. Si inizia con il test del Psa e un esame rettale, si procede poi con biopsia e , se si riscontra la presenza di cellule maligne, si valuta il livello di Gleason. In base ai dati raccolti di decide se intervenire con chirurgia, radioterapia, brachiterapia o se proporre all’interessato il programma di sorveglianza attiva, che prevede soltanto controlli regolari per intervenire con una terapia solo se e quando la malattia evolve. «È evidente - conclude Graziotti - che i risultati di questo nuovo studio sono tutti da confermare, perché i pazienti studiati sono solo 43, ma resta il fatto che questa è la strada giusta da seguire per la ricerca futura: identificare nuovi e accurati valori predittivi allo scopo di selezionare, in modo certo, i pazienti che possono essere soltanto tenuti sotto osservazione rispetto a quelli che vanno trattati».