PSA, pro e contro dello screening generalizzato e dell’uso in clinica

Selezionata da Pietro Cazzola

Prostata PSALo screening routinario per il cancro alla prostata con il test del Psa sarebbe più dannoso che benefico. Lo ha affermato, Mathieu Boniol, direttore di ricerca presso l'Istituto di ricerca internazionale di prevenzione di Lione (Francia), durante l’European Cancer Congress 2013 (Ecco-Esmo-Estro) di Amsterdam. Il team di Boniol ha condotto una revisione sistematica e una meta-analisi della letteratura, verificando la frequenza delle biopsia con i tassi di ospedalizzazione associati, la mortalità e gli effetti collaterali associati alla prostatectomia radicale. In particolare è stato stimato il danno totale che gli uomini sopportano se esposti al test del Psa applicando diverse stime degli effetti collaterali in una popolazione virtuale di 1.000 individui di età compresa tra 55-69 anni, incluso un gruppo di 1.000 uomini non screenati come gruppo di controllo. È emerso che, per prevenire una morte da cancro su 1.000 uomini, occorrerebbero 154 biopsie addizionali, 9 delle quali richiederebbero ospedalizzazione per gravi eventi avversi. Inoltre, si avrebbero 35 diagnosi aggiuntive di cancro prostatico in soggetti a basso rischio, associati a 12 situazioni aggiuntive di impotenza, 2 casi di incontinenza e 1 di incontinenza fecale. «Il lavoro di Boniol è un’analisi della letteratura, non uno studio randomizzato controllato» sottolinea Giorgio Franco, del Dipartimento di Urologia dell’Università Sapienza di Roma. «Ritengo che il test del Psa vada fatto in pazienti selezionati in base ai disturbi presentati e a tutti coloro che liberamente lo richiedono. Comunque il fatto che lo screening generalizzato sia dannoso non è provato, anzi lo studio Erspc (European randomized screening for prostate cancer) ha dimostrato che si può salvare 1 vita ogni 1.400 persone». È pur vero che «la maggior parte dei tumori sono indolenti e insorgono tardivamente, tanto che i pazienti spesso muoiono per altre cause» aggiunge Franco «e indubbiamente il test del Psa ha un prezzo alto da pagare. È possibile infatti che si effettuino biopsie inutilmente, perché i livelli del marker si alzano per qualsiasi patologia inerente la prostata (ipertrofia benigna, prostatite), e si inneschi una serie di accertamenti invasivi con possibili complicazioni e rischio di overtreatment». Al momento, però, nessun marker si è reso sostituibile al Psa. «Per il futuro serviranno studi randomizzati con casistiche molto ampie e affinamenti diagnostici che possano indicare con certezza la presenza di una neoplasia aggressiva potenzialmente letale per il paziente».

Arturo Zenorini