La soia non previene le recidive di cancro prostatico

Selezionata da Pietro Cazzola

Cancro ProstataL’integrazione dietetica con proteine di soia dopo un intervento di prostatectomia radicale non riduce le recidive di cancro alla prostata, almeno secondo uno studio pubblicato su Jama. Spiega Maarten Bosland del Dipartimento di patologia dell’Università dell’Illinois a Chicago e primo autore dell’articolo: «Il cancro alla prostata è la seconda causa più frequente di morte per cancro maschile negli Stati Uniti e altri paesi occidentali, ma è molto meno frequente in Asia. Il rischio di ammalarsi è stato inversamente associato all’assunzione di soia o alimenti correlati, e il dato potrebbe spiegare la variazione geografica, visto che il consumo di soia, contenente componenti dotati di attività antitumorale come gli isoflavoni, è basso negli Stati Uniti e alto nei paesi asiatici». Ma nonostante i promettenti risultati, l’ipotesi  che la soia possa impedire lo sviluppo del cancro alla prostata non è stata testata in studi randomizzati. 
A chiarire l’argomento ci hanno pensato Bosland e colleghi, verificando se il consumo quotidiano di una bevanda a base di soia riduce o ritarda le recidive di cancro prostatico dopo prostatectomia radicale. «Al trial randomizzato hanno partecipato 177 uomini, randomizzati a ricevere una porzione giornaliera di bevanda in polvere contenente 20 g di soia o di placebo, sotto forma di caseinato di calcio. L’integrazione dietetica è iniziata entro 4 mesi dall'intervento chirurgico continuando a cadenza giornaliera per un massimo di 2 anni, con misurazioni dell’antigene prostatico specifico (Psa) effettuate a intervalli di 2 mesi nel primo anno e successivamente ogni 3 mesi» dice il ricercatore. Lo studio, tuttavia, è stato interrotto prematuramente per mancanza di effetti dopo un’analisi ad interim fatta su 81 partecipanti nel gruppo di intervento e 78 nel gruppo placebo. Tra i partecipanti con recidiva, il tempo medio di comparsa era minore nel gruppo di intervento (31,5 settimane) rispetto al gruppo placebo (44 settimane), senza peraltro differenze statisticamente rilevanti. «Questi dati indicano che i legami osservati negli studi epidemiologici tra l’ipotetico agente preventivo e gli esiti clinici hanno sempre bisogno di una conferma sul campo fatta da studi clinici randomizzati» conclude Bosland. 

JAMA. 2013; 310(2):170-178.