Ca prostatico: prostatectomia radicale riduce mortalità a lungo termine

Selezionata da Pietro Cazzola

Cancro prostataUn follow-up di oltre vent’anni conferma sul New England Journal of Medicine una sostanziale riduzione della mortalità per cancro prostatico dopo prostatectomia radicale. Ma va ricordato che anche in gran parte dei sopravvissuti a lungo termine nel gruppo vigile attesa, cioè sottoposto a osservazione clinica prolungata senza trattamento, non è stata necessaria alcuna terapia palliativa. È quanto affermaAnna Bill-Axelson, ricercatrice al Dipartimento di scienze chirurgiche del Regional Cancer Center di Uppsala e prima firmataria dell’articolo. «Diversi studi svolti in precedenza hanno dimostrato che la prostatectomia radicale riduce la mortalità tra gli uomini con carcinoma della prostata localizzato, anche se restava da chiarire il beneficio a lungo termine del trattamento chirurgico» spiega Axelson. Così i ricercatori nordeuropei, in collaborazione con i colleghi del King’s College di Londra e della Harvard Medical School di Boston, hanno studiato 695 uomini con cancro prostatico, assegnandoli in modo casuale all’intervento radicale o alla vigile attesa tra il 1989 e il 1999, e seguendoli  fino alla fine del 2012. «Gli end point primari, cioè le principali misure di efficacia dei due trattamenti, erano la morte da qualsiasi causa, la morte per cancro alla prostata  e il rischio di metastasi, mentre quelli secondari comprendevano l'inizio della terapia di deprivazione androgenica» riprende la ricercatrice. Negli anni di follow-up sono morti 200 uomini su 347 nel gruppo chirurgico e 247 su 348 nel gruppo vigile attesa. I decessi avvenuti per neoplasia prostatica sono stati rispettivamente 63 e 99, mentre la terapia di deprivazione androgenica è stata utilizzata in un minor numero di pazienti sottoposti a prostatectomia. «Il beneficio sul lungo periodo della chirurgia in termini di riduzione della mortalità è maggiore negli uomini di età inferiore ai 65 anni e in quelli con cancro a rischio intermedio, anche se la prostatectomia radicale riduce le probabilità di metastasi e la necessità di cure palliative tra gli uomini più anziani» aggiunge Axelson. E conclude: «Parlando invece di morbilità, entrambi i gruppi hanno avuto tassi simili di disfunzione erettile, comparsa nell’80% circa dei casi, mentre quello chirurgico ha avuto una maggiore incidenza di incontinenza urinaria rispetto alla vigile attesa, rispettivamente 41% e 11%».

N Engl J Med. 2014 Mar 6;370(10):932-42