Lo specchio inganna

Selezionata da Pietro Cazzola

BotoxEric Finzi, newyorkese, 55 anni, bell’uomo, è un rinomato chirurgo plastico (dirige il Chevy Chase Cosmetic Centre, Maryland). E un piacevole divulgatore. Il suo ultimo libro, The Face of Emotion: How Botox Affects Our Mood and Relationships (Palgrave Macmillan), nuovo di pacca, sta già facendo discutere. Perché in sintesi manda in frantumi una delle nostre più solide cognizioni di neuroscienza, ovvero che la nostra faccia sia lo specchio della nostra anima, e le emozioni parlino, attraverso i nostri lineamenti, un linguaggio che pesca nel profondo. Il percorso è in realtà inverso: è il nostro volto a “influenzare” il nostro umore, meglio, sono i suoi muscoli, segnatamente quelli deputati ad aggrottare sopracciglia e fronte, a dar il via ai sentimenti di tristezza, inadeguatezza, disistima, sfiducia, ansia, risentimento. Parimenti, i muscoli degli zigomi, che sprigionano sorriso e riso, allerterebbero serenità, fiducia, empatia, erotismo. Farebbero, insomma, calare gli ormoni dello stress. Ed ecco che innocenti modi di dire, “Te lo si legge in faccia”, “Hai la faccia della salute”, “Ma che faccia onesta”, ci porterebbero fuori strada. In compenso, vivrebbe una seconda gioventù il detto “Sorridi che la vita ti sorride”. Tommaso Ariemma, giovane docente di estetica e filosofo esperto in cultura di massa, autore del saggio Contro la falsa bellezza. Filosofia della chirurgia estetica (Il melangolo) e il prossimo settembre in libreria con Il corpo preso con filosofia. Body building, chirurgia estetica, clonazioni, rettifica. «Quella di Finzi non è un’affermazione nuova, ma resta vero che la chirurgia estetica e la cosmetica fanno emergere che l’anima non è né interiore, né puramente esteriore, ma è “a fior di pelle”. Lo diceva già Aristotele, partigiano dell’anima come “forma” del corpo». Anni fa il dottor Finzi ha monitorato un campione di donne tra i 36 e i 63 anni, tutte con storie documentate di depressione; quelle a cui ha iniettato botox nelle rughe d’espressione del terzo superiore del viso (sopra gli occhi) hanno avuto un sollievo dei loro sintomi, per poi ripeggiorare quando si sono attenuati gli effetti “paralizzanti” della tossina. C’è chi ha trovato un lavoro, e chi ha riscoperto un ex fidanzato. La maggior parte di loro ha ricominciato a uscire con gli amici. Detto così, parrebbe un’apologia pubblicitaria delle “punturine”. O l’ennesima scoperta dell’acqua calda, non è forse vero che ti senti meglio quando ti trattano meglio? E che ti trattano meglio quando hai il viso disteso, sintomo di capacità d’ascolto? In realtà il dottor Finzi è in buona compagnia. Nel 2009 un gruppo Usa di ricerca ha dimostrato il potere inibitorio del botox sull’esperienza emotiva: le donne “ritoccate” impiegano più tempo a leggere frasi che rievocano situazioni tristi o rabbiose, in quanto tali sensazioni “obbligano” le sopracciglia ad aggrottarsi. La comprensione emotiva della tristezza è dunque un feedback tra i muscoli della faccia e i centri nervosi implicati, è una simulazione mentale da bloccare retroattivamente, è un circuito neuronale sottostante da riplasmare.

Tutto normale, invece, con frasi allegre o piane. L’anno scorso è stata un’università tedesca a sperimentare gli effetti benefici di un’iniezione di botulino (o ininfluenti di una somministrazione di placebo) nella fronte di 30 pazienti depressi; e una ricerca norvegese è arrivata alle stesse conclusioni. Il veleno più amato dalle star, insomma, vieterebbe (per un po’) di segnalare al cervello che il corpo fatica a vivere e sta perdendo il controllo della situazione. E la noia della pseudofelicità? E le espressioni immote, l’imperturbabilità, la calma piatta? Effetti collaterali del benessere, aggiunge saggiamente Finzi. Che se ne intende. Uno dei brani più belli e sinceri del suo libro parla di sua madre, una depressa, che una mattina di tanti anni fa, seduta sul letto e incapace di uscire dalla stanza, ha guardato lui, bimbo, con occhi dolorosamente accigliati. Lui, quella fronte stropicciata non se l’è tolta dalla testa. E ha giurato a se stesso che l’avrebbe cancellata dai visi della gente. Pur convinto che la bellezza, pure quella suprema, non basti a proteggerci dall’abisso. Al cui proposito, sottolinea Ariemma: «Non credo che il boom dei ritocchi plastici segnali solo un’umanità sempre più sofferente. Semmai penso che le nuove tecnologie abbiano dato un senso a questa sofferenza: nell’epoca di ciò che Nietzsche ha chiamato “morte di Dio”, abbiamo rimpiazziato Dio, ovvero il contabile, il registratore per eccellenza, con un desiderio di registrazione senza precedenti, alimentato dalle moderne tecniche di archiviazione su smartphone e tablet. La registrazione di ciò che ci accade non deve avvenire però sul nostro corpo, rughe e segni devono svanire. La nostra è un’umanità che trasforma la sofferenza in sgravio, in partecipazione minima». E si sta meno male se gli altri non ci vedono star male, anzi, se ci percepiscono belli. Dipendiamo tutti dai “like” altrui... «I “like” su Facebook non indicano vero piacere, ma un esserci minimo, una partecipazione numerica che non comprometta più di tanto».