Il corpo come strumento di comunicazione

Selezionata da Pietro Cazzola

“Il corpo è sempre più un’estensione dell’anima. Una misura del mondo”, sostiene David Le Breton, uno dei massimi esperti di “antropologia del corpo”, docente di Sociologia e Antropologia alla Facoltà di Scienze sociali dell’Università di Strasburgo. “Il corpo è un tema particolarmente adeguato all’analisi antropologica, poiché appartiene a pieno titolo alla matrice identitaria dell’individuo - scrive Le Breton in Antropologia del corpo e modernità (Giuffrè Editore, 2007) -. Senza il corpo a donargli un volto, l’individuo non esisterebbe. Vivere significa ridurre costantemente il mondo al proprio corpo, attraverso il simbolico che esso incarna. L’esistenza dell’individuo è corporea. passa attraverso il corpo. E l’analisi sociale e culturale di cui è oggetto, le immagini che ne rivelano le profondità nascoste, i valori che lo distinguono, ci forniscono informazioni anche sulla persona e sui cambiamenti sperimentati dalla sua definizione e dai suoi modi di esistere, da una struttura sociale a un’altra”.
È chiaro come qualsiasi intervento sul corpo agisca profondamente anche sulla psiche della persona. La modificazione del corpo è una ridefinizione di sé - un sé che cerca un nuovo riconoscimento sociale - il riconoscimento del passaggio da uno status a un altro. I riti di passaggio segnano la vita della persona, strutturandone l’esistenza nella comunità in tappe riconoscibili come i riti della nascita (sanciscono che una nuovo individuo è venuto al mondo), il raggiungimento dell’età adulta (i riti di iniziazione), l’ingresso in una istituzione formativa o nel mondo del lavoro, il matrimonio, la nascita di figli, e tante altre situazioni, connesse o meno con cambiamenti biologici (comunioni, lauree, promozioni sul lavoro, l’ingresso in una nuova casa). Il “rito” è un evento sociale, e come tale ha l’importante significato di dare un riconoscimento pubblico al mutamento di status che interessa la persona o un gruppo.
Anche il ricorso alla chirurgia plastica e i processi di modificazione del corpo possono rappresentare dei riti di passaggio. In particolare le donne ricercano la chirurgia come un vero rito di passaggio. Il 25% degli interventi richiesti riguarda passaggi di status sociale come matrimoni (si desidera iniziare la vita coniugale partendo da un aspetto migliore) ma anche separazioni e divorzi (in questi casi, elaborato il fisiologico lutto affettivo, si rompe con il passato e ci si prepara ad un nuovo incontro, investendo sul proprio aspetto). Un altro momento in cui le donne mature si sottopongono a interventi è il momento in cui i figli vanno via di casa (la sindrome del nido vuoto), mentre le più giovani possono farvi ricorso al momento del loro ingresso nel mondo del lavoro. 
Quando la chirurgia viene usata per sottolineare un momento particolare si sceglie una parte del corpo visibile: di frequente il seno per le trentenni, fianchi e glutei a 40 anni e occhi e volto a 50.
“Mai come oggi l’attenzione si è spostata sul corpo ma il fenomeno è tutt’altro che nuovo - spiega il Professor Pietro Lorenzetti, uno dei maggiori esperti di chirurgia plastica in Italia, autore del saggio Il chirurgo dell’anima (Baldini & Castoldi, 2011) - la letteratura etnografica e le ricerche antropologiche sono ricchissime di esempi più o meno cruenti: tagli, incisioni e scarificazioni che determinano l’appartenenza, allungamento di labbra e lobi delle orecchie, allungamento del collo tramite l’applicazione di collari rigidi ma anche l’applicazione di piercing ornamentali sui capezzoli. Senza dimenticare la fasciatura dei piedi delle bambine giapponesi affinché rimanessero piccole e sottomesse da una deformità. Il comune denominatore di queste pratiche è il dolore che rappresenta esperienza e tappa necessaria per acquisire uno status diverso e più elevato. Il corpo diventa quindi uno strumento di comunicazione: esistono tatuaggi tipici che accomunano i membri di particolari corpi militari, i carcerati ma anche gli affiliati alle gang cittadine. Il corpo è materia malleabile e viene plasmato per costruire l’individuo sociale.”
I riti di passaggio tradizionalmente si snodano attraverso tre fasi fondamentali: la fase di separazione in cui l’individuo si allontana dal gruppo sociale, quella di transizione e infine la fase di riaggregazione che culmina nel rientro all’interno della comunità. Le modalità in cui si svolge un intervento chirurgico riproducono per certi versi le dinamiche e le emozioni che accompagnano il rito di passaggio: l’ansia e l’aspettativa sono le emozioni che caratterizzano tutto il processo, dalla preparazione, all’intervento vero e proprio, alla convalescenza, fino al disvelamento del nuovo aspetto agli altri.
“Proprio come nei rituali tradizionali può essere necessaria la presenza di una figura che guidi la persona attraverso questo processo - sottolinea Lorenzetti - qui abbiamo il medico che deve avere lasensibilità di intercettare e interpretare i reali moventi interiori. Nei casi di passaggio è importante ad esempio che la persona abbia superato la fase del dolore e del distacco dallo status precedente. Modificare un tratto fisico non è una panacea del dolore interiore di una perdita.”

Rosalba Miceli