Si può essere belli anche da malati. Il ruolo terapeutico della medicina estetica al Congresso SIES

Selezionata da Pietro Cazzola

SIESLa medicina estetica può essere molto di più di visi tirati, labbra rifatte e zigomi all’asiatica. Del suo ruolo nel benessere generale di una persona, con un approccio medico estetico equilibrato se ne parla già da tempo, ma di quanto possa essere utile l’inserimento della figura del medico estetico nel percorso terapeutico di un malato oncologico se ne parla ancora troppo poco. Per cercare di recuperare questo vuoto, la Società Italiana di medicina e chirurgia estetica (Sies) ha fatto di questo tema uno dei momenti centrali del 17° Congresso Internazionale di Medicina e Chirurgia Estetica Sies, tenuto a Bologna dal 28 febbraio al 2 marzo. Tra la sessione Tossina Botulinica e la live session, si è parlato di Oncologia e Medicina Estetica utilizzando un titolo ben chiaro: Sani e Belli? Non ci basta.  
“La cosa più stupida da dire a un malato è che lo si trova molto bene”, afferma Cesarina Vighy in L’ultima estate, Premio Campiello 2010, citato da Lorenzo Sassi, dell’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna, per mettere sul tavolo il grande mostro: la malattia. “Cesarina Vighy soffriva di SLA, non è la malattia della quale parleremo oggi, ma poco importa. Parlare di malattia non è semplice, e lo è ancor meno (forse) in un contesto come il nostro convegno che vuole esser un inno all’armonia e alla bellezza”, ha spiegato Paola Molinari, della direzione Area Formazione Sies. Perché sani e belli non basta? Non basta perché per un malato è importante sentirsi a proprio agio nel suo corpo malato. “Quando un trauma irrompe nelle vite, inevitabilmente, porta a galla questioni irrisolte, occasioni perdute, conflitti. Il tumore è un interruzione del continuum vitale, un interruzione del sogno della nostra vita”, ha spiegato Stefano Gastaldi, Psicologo e psicoterapeuta, responsabile scientifico di Attivecomeprima Onlus e membro del Comitato Etico dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. “Dobbiamo – ha proseguito Gastaldi - riportare la speranza, quella ragionevole o irragionevole che possiamo ricominciare a fare le nostre cose. Il cambiamento fisico è un cambiamento identitario. Nello specchio noi siamo noi. Figuriamoci quanto sia importante per chi è già stato messo in trauma dalla malattia. Risolvere o perlomeno mitigare gli effetti iatrogeni delle cure del tumore - ha continuato Gastaldi- non è un palliativo, è una terapia. Ricordiamo che la pelle non è solo il confine dell’identità fisica, ma anche di quella psichica; è un manifesto della nostra vita interiore. Il medico estetico deve far parte di quell’orchestra che cura il malato oncologico”.
Carla Faralli, Ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Bologna, si è collegata a queste parole per sottolineare come sia “andato perduto” lo spirito della Costituzione dell’Oms nel 1948, dove la salute viene definita ‘stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia’. “Questo tema si inserisce nel dibattito su cure-curare e care-prendersi cura. Non si può fare la prima cosa dimenticandoci della seconda. Ho partecipato sin dall’inizio alla creazione e al lavoro dei Comitati etici negli ospedali. Il loro compito era quello di fare in modo che tutte e due gli aspetti andassero di pari passo. Oggi invece i Comitati etici si occupano quasi esclusivamente di sperimentazione dei farmaci, trascendendo i problemi che riguardano la presa in carico del paziente. Bisogna tornare alle origini, e questo tema, la necessità dell’inserimento del medico estetico nel team multidisciplinare che segue il malato oncologico, può diventarne un banco di prova”.
Faralli ha poi accennato a come il volontariato sia attivo nel sostegno al malato oncologico, raccontando la propria esperienza come rappresentante in Emilia Romagna della Komen Foundation. Ma il volontariato, pur potendo fare moltissimo, non può incidere in un percorso terapeutico ufficiale. Ecco perché, secondo gli esperti riuniti al convegno Sies, i Comitati etici degli ospedali si prestano ad essere un buon punto di partenza per questa svolta culturale.
Tuttavia, in questo campo restano ancora alcune resistenze, sia da parte dei medici che delle famiglie dei malati, come affermato da Fulvio Tomaselli, coordinatore operativo del Servizio Ambulatoriale di Medicina estetica per l’Oncologia dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma, e Gloriana Assalti, del servizio di Medicina estetica. Tanto che “il malato a volte si vergogna di dire che la chemio gli rende la pelle così secca da far aprire delle piaghe; che quelle piaghe sul volto e sul corpo sono brutte. Quelle piaghe lo costringono a stare in casa perché si vergogna ad uscire”.
La sessione si è conclusa con una tripla sfida per l’anno prossimo, lanciata da Molinari: “Il lavoro da fare comincia da noi, medici e chirurghi estetici. Dobbiamo crescere culturalmente ed essere tutti convinti che questo sia un ruolo che dobbiamo ritagliarci, anche se lottando. Ma senza convinzione e senza unione non arriveremo da nessun a parte. E l’anno prossimo cercheremo di portare a questo tavolo gli oncologi, per capire il loro punto di vista e cercare la loro complicità per raggiungere questo obiettivo. Per lontano che sia. Un’ultima cosa: perché non lavorare che nel Piano oncologico nazionale le cure di medicina estetica non possano, perlomeno, essere inserite tra le cure palliative? Sarebbe un primo passo”.