Dal New England un invito a schierarsi sulla marijuana terapeutica

Selezionata da Pietro Cazzola

New England J MedicinePoiché l'impiego terapeutico della marijuana continua a essere molto dibattuto in tutto il mondo, il New England Journal of Medicine ha proposto ad alcuni clinici esperti di ragionare sulla letteratura esistente sull'argomento, e ha poi chiesto ai lettori di esprimersi. In alcuni Stati americani la coltivazione e il consumo di marijuana a scopo terapeutico sono legali, per cui il caso offerto come spunto iniziale dalla rivista riguarda una paziente – una sessantottenne con tumore del seno e metastasi polmonari e vertebrali a livello toracico e toraco-lombare – che vive in uno Stato in cui la prescrizione non violerebbe la legge. La paziente – in chemioterapia con doxorubicina - riferisce astenia e inappetenza, e significativi dolori toraco-lombari. La terapia antinausea a base di ondansetron e proclorperazina ha avuto effetto molto modesto. Per gestire il dolore, negli ultimi tempi assume 1.000 mg di paracetamolo ogni 8 ore cui alle volte di notte aggiunge 5 o 10 mg di ossicodone. Nello scenario ipotetico, è lei a chiedere al medico di famiglia di usare la marijuana per alleviare la nausea, il dolore e l'affaticamento, dicendo di disporre di un giardino in cui i familiari potrebbero coltivarla.

Favorevoli quando altre opzioni falliscono
La posizione a favore è espressa da Michael Bostwick, della Mayo Clinic di Rochester, in Minnesota, che si basa su un corpus di letteratura (perlopiù aneddotica) a favore dell'efficacia della marijuana, in particolare nei casi refrattari alle terapie convenzionali. Poiché non sono a disposizione negli Stati Uniti inalatori di vapore e i cannabinoidi orali non garantiscono né una biodisponibilità adeguata né rapidità di azione, l'opzione che rimane è quella di fumarne le foglie essiccate: «Se non ha avuto esperienza a scopo ricreativo, la paziente potrebbe trovare inaccettabili gli effetti psicoattivi (che limitano anche l'uso di oppiacei). Ma se ne ottenesse un beneficio, tuttavia, canalizzerebbe 5000 anni di storia della medicina, compreso il secolo in cui i derivati della cannabis avevano un posto fisso nella valigetta nera dei medici americani» spiega Bostwick. «In conclusione, credo che il medico che prescrive la marijuana dovrebbe farlo solo quando le opzioni conservative hanno fallito, in pazienti pienamente informati con cui è in corso una relazione terapeutica». Meno possibilisti si dichiarano invece Gary Reisfield, dell'Università di Gainesville in Florida e Robert DuPont, dell'Institute for behavior and health di Rockville, nel Maryland: «Anche se la marijuana probabilmente comporta pochi rischi in questo contesto, è improbabile che offra molti benefici» spiegano, insistendo sull'assenza di dimostrazioni di efficacia nel dolore nocicettivo o in altri sintomi. «Permettere a una paziente con sintomi non controllati di cancro del seno metastatico di uscire dall'ambulatorio con una raccomandazione di fumare marijuana equivale a soccombere al nichilismo terapeutico» affermano. Il sondaggio online proposto agli abbonati ha raccolto nei primi 6 giorni circa 1.000 risposte, per il 73% a favore dell'uso medicinale della marijuana.

Normativa italiana
In Italia, con un decreto approvato il 18 aprile del 2007, due dei principi attivi presenti nella cannabis, il Delta-9-tetraidrocannabinolo ed il Trans-delta- 9-tetraidrocannabinolo (Dronabinol) sono stati iscritti nella tabella II, sezione B, delle sostanze stupefacenti e psicotrope e relative composizioni medicinali, considerato che «costituiscono principi attivi di medicinali utilizzati come adiuvanti nella terapia del dolore, anche al fine di contenere i dosaggi dei farmaci oppiacei, ed inoltre si sono rivelati efficaci nel trattamento di patologie neurodegenerative quali la sclerosi multipla». Tuttavia rimane quasi impossibile sul piano pratico importare il farmaco, e la coltivazione è punita con pene che vanno dai 2 ai 20 anni.

N Engl J Med. 2013 Feb 20. [Epub ahead of print]