Aspettativa di vita. Siamo secondi nel mondo (81,5 anni). Ma gli inglesi non ci stanno

Selezionata da Pietro Cazzola

 

OMCEOLo studio è stato pubblicato su The Lancet a dicembre 2012 ma solo il mese scorso sono stati messi a disposizione tutti i dati dei singoli stati: il Global Burden of Disease Study 2010 (GBD 2010) è il più grande studio sistematico di sempre che tenta di descrivere la distribuzione globale e le possibili cause di un range piuttosto ampio di malattie, lesioni, fattori di rischio. In generale i risultati dimostrano che le patologie dell’infanzia, le malattie infettive e la malnutrizione causano meno decessi di venti anni fa. Ma nello specifico dell’Italia i dati dicono che, forse a sorpresa, il nostro paese si colloca in ottima posizione per risultati di salute: è ancora al secondo posto come aspettativa di vita e la longevità si accompagna a condizioni di salute buone, ovvero a periodi limitati di disabilità.

Nel suo complesso l’indagine ha richiesto 5 anni di lavoro e coinvolto 486 ricercatori appartenenti a 303 enti in 50 nazioni, tra cui l’Institute for Health Metrics and Evaluation (Ihme) dell’Università di Washington con la collaborazione dell’Università del Queensland, l’Harvard School of Public Health, la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, l’Università di Tokyo, l’Imperial College London e l’Organizzazione mondiale della sanità. L’impatto delle malattie è descritto in termini di mortalità, anni di vita perduti per mortalità prematura (Years of Life Lost due to premature mortality, YLLs), anni di vita vissuti in condizioni di salute non ottimale o di disabilità (Years Lived with Disability, YLDs) e di attesa di vita corretta per disabilità (Disability-Adjusted Life-Years, DALYs).
Secondo lo studio meno bambini muoiono ogni anno, ma più giovani e adulti muoiono o soffrono per malattie o lesioni, patologie non trasmissibili come cancro o malattie cardiovascolari, che sono diventate la principale causa di morte e disabilità in tutto il mondo. In altre parole, se dal 1970 uomini e donne in tutto il mondo vivono più a lungo di almeno dieci anni – di tanto è aumentata l’aspettativa di vita alla nascita a livello globale – passano un tempo maggiore in condizione di malattia o di dolore.
Ma diversa sembra essere in questo quadro la situazione italiana. Il nostro Paese è ancora al secondo posto come aspettativa di vita: primo tra le nazioni europee e superato solo dal Giappone a livello globale. Ancora più importante il fatto che la longevità (circa 81,5 anni) si accompagna a condizioni di salute buone, seconde solo, di nuovo, al Giappone e alla vicina Spagna. Ciò vuol dire che al contrario di altri paesi la malattia è presente per meno anni nella vita degli italiani, rispetto – ad esempio – a quella degli inglesi. Tanto che questi ultimi non sono ancora riusciti a darsi pace: come è possibile che ci sia uno scarto di circa 18 mesi nell’aspettativa di vita a vantaggio dell’Italia, nonostante per esempio gli italiani fumino di più dei britannici e il servizio sanitario nazionale abbia sia in generale un po’ meno efficiente di quello d’oltre manica? I dati pubblicati dalla rivista britannica hanno infatti scatenato un certo dibattito nel Regno Unito – forse anche perché il “ranking” della nazione in GBC 2010 ha avuto un netto peggioramento rispetto alle precedenti indagini a livello internazionale, soprattutto per quanto riguarda la mortalità prematura – e sono stati ripresi con toni piuttosto critici sia da riviste scientifiche come il British Medical Journal e dallo stesso The Lancet, sia dai media, a partire dalla Bbc.
Eppure non c’è dubbio che i risultati italiani siano “migliori”. Ma quali sono nello specifico? In termini di numero di anni persi per morte prematura, a fare la parte del gigante sono sicuramente malattie ischemiche e cerebrocascolari, nonché patologie respiratorie e soprattutto cancro ai polmoni, alla trachea e a i bronchi. I maggiori fattori di rischio restano infatti quelli legati all’ipertensione arteriosa e al fumo di tabacco, così come una cattiva alimentazione – in Italia come all’estero – è uno dei fattori che più incide sul rischio cardiaco.
Tra le buone notizie quella che la cirrosi, che nel 1990 era la quinta causa di perdita di anni di vita in assoluto (e quindi di morte prematura), è crollata al nono posto nel 2010, con una diminuzione come fattore di morbilità del 38%, il migliore risultato tra quelli rilevati dallo studio. Così come sono diminuiti gli anni persi per incidente stradale, per lesioni auto-inflitte, per Aids/Hiv e per complicazioni di parti pretermine. Sono tuttavia aumentati gli anni persi per via del diabete e per molti tipi di cancro, tra cui quello al colon-retto, al seno e al pancreas. Inoltre,sono aumentate addirittura del 200% le morti premature per Alzheimer, che nel 1990 non era tra le prime 25 malattie in questa triste classifica, mentre oggi si posiziona al 14esimo posto.
Tutto sommato, però, il quadro non è certo negativo, anche perché per molte di queste malattie la prevalenza è aumentata in tutto il mondo. Il miglioramento della salute in Italia è innegabile. “Oggi vediamo gli esiti di dinamiche non recentissime legate alla cosiddetta transizione epidemiologica che ha migliorato complessivamente le condizioni della vita in Italia”, ha commentato Stefania Salmaso, direttore del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della Salute (Cnesps) dell’Istituto superiore di sanità, sul sito stesso dell’Iss, tentando un raffronto con l’Inghilterra. “In particolare per quanto riguarda le abitudini alimentari: a partire dagli anni ’60, la dieta degli italiani è notevolmente migliorata, arricchendosi di frutta e verdura fresca, pesce e diventando più varia. Inoltre, l’olio d’oliva è parte della tradizione alimentare della dieta mediterranea, mentre nella dieta britannica prevalgono i grassi di origine animale”.
Anche “come si beve” è radicalmente diverso: in Italia domina ancora il consumo di vino ai pasti, nel Regno Unito si preferiscono, oltre alla birra, i superalcolici, e il binge drinking è una drammatica realtà. Ma su questo aspetto non ci si deve illudere: “Queste abitudini stanno cambiando rapidamente specie tra i giovani e rappresentano una minaccia per la salute pubblica con un possibile forte impatto in futuro”, ha detto Salmaso.
Ma è l’investimento in prevenzione da parte della sanità pubblica degli ultimi anni ad aver fatto veramente la differenza, secondo l’esperta: “Un contributo importante alla salute degli italiani deriva dalle iniziative istituzionali di promozione di stili di vita salutari come Guadagnare Salute e di monitoraggio finalizzato alla programmazione degli interventi sanitari rappresentate dal sistema delle sorveglianze come OKkio alla Salute e Passi”, ha concluso.

Da Quotidianosanità.it del 12 aprile 2013