Screening mammografico, Veronesi: strumento insostituibile. Dubbi pericolosi

Selezionata da Pietro Cazzola

MammogrrafiaLo screening mammografico annuale nelle donne fra 40 e 59 non riduce la mortalità da cancro al seno rispetto al semplice esame fisico. La conclusione di uno studio canadese sull'utilità degli screening mammografici ai fini della sopravvivenza, pubblicata in un recente articolo del British Medical Journal (BMJ), ha riaperto il dibattito sull’annosa questione dell’effettiva utilità degli screening mammografici.  Abbiamo interpellato uno dei massimi esperti mondiali in materia, Umberto Veronesi, direttore scientifico dell'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, per il quale non ci sono dubbi: lo screening mammografico è un insostituibile strumento per la diagnosi precoce e ogni dubbio sulla sua utilità è pericoloso e immotivato.

Professor Veronesi quali sono i principali limiti dello studio canadese pubblicato sul BMJ?
Premetto che i dubbi sul valore della mammografia, come quelli espressi dallo studio canadese pubblicato dal British Medical Journal, non sono una novità. Il dibattito è parte vitale del mondo medico scientifico. Tuttavia bisogna sottolineare che stiamo discutendo i risultati di una ricerca che riporta esiti di mammografie (e relativi trattamenti ) effettuate 25 anni fa; le macchine e le terapie che utilizziamo oggi hanno una potenzialità e un’efficacia sensibilmente superiori a quelle utilizzate negli anni ’80 e la dose di raggi che emettono è sensibilmente inferiore. In contraddizione allo studio canadese, ci sono studi altrettanto autorevoli, come lo svedese Tabar, che dimostrano come la mammografia è in grado di ridurre notevolmente la mortalità.

Quali sono i numeri di cui disponiamo oggi che attestano l’importanza dello screening mammografico?
I dati storici ci confermano che la guaribilità  del tumore del seno è passata dal 40% negli anni ’50-60  all’80% dei giorni nostri. La differenza non può che essere attribuita allo screening. All‘Istituto Europeo di Oncologia recentemente abbiamo studiato 1.200 casi di tumori occulti, vale a dire quei tumori impalpabili che si rivelano soltanto con esami strumentali (mammografia, ecografia e risonanza magnetica). Prima abbiamo messo a punto una tecnica chirurgica per rimuoverli sotto guida radiologica (chirurgia radioguidata) e poi li abbiamo seguiti per dieci anni, rilevando un tasso di guarigione del 98,7%. I risultati son stati pubblicati sulla rivista scientifica “The Oncologist”.  È dunque scientificamente dimostrato che se una donna scopre un tumore mammario quando è impalpabile, la probabilità di guarigione è quasi totale, mentre le chances diminuiscono man mano che la lesione diventa più estesa. Tutto parte da un concetto inconfutabile: più il tumore è piccolo, più è facile da curare e maggiori sono le probabilità di guarigione. Dunque, a mio avviso, il tema di discussione non è “se” ma “con quale frequenza” controllare il seno femminile alla ricerca di eventuali tumori iniziali.

Che tipo di indicazione darebbe per il ricorso alla mammografia e come valuta il rischio di sovradiagnosi e sovratrattamento? Sono effettivi?
Il rischio di sovradiagnosi e sovratrattamento é in ogni caso largamente bilanciato dal beneficio per la donna, come  ho spiegato prima. L’importante per la vita e la salute femminile è trovare gli eventuali noduli quando sono piccolissimi, possibilmente impalpabili. E in questo caso la mammografia rimane l’esame di riferimento.  Poi abbiamo un insieme di esami da associare alla mammografia - l’ecografia, la risonanza magnetica, fino all’agoaspirato  e la biopsia - che ci danno indicazione sul da farsi.

Marco Malagutti