Scansioni digitali sufficienti a diagnosticare alcune patologie cutanee

Selezionata da Pietro Cazzola, MD

Nella maggior parte dei casi, le cosiddette “slide virtuali” non sono inferiori alla microscopia tradizionale per la diagnosi di varie patologie cutanee. Queste immagini, note anche cone WSI, vengono prodotte mediante la scansione digitale delle tradizionali slide su vetro.
I vantaggi di questa tecnica rispetto alla microscopia tradizionale sono stati dimostrati a scopi educativi, nelle consulenze oncologiche, nei teleconsulti ed in altre aree correlate alla dermatologia, come illustrato da Thomas Olsen della Wright University di Dayton, autore di uno studio su 499 casi dermopatologici rappresentativi delle 30 diagnosi dermatologiche più frequenti, fra cui 15 melanomi.
Nel mese di aprile del 2017 la FDA statunitense ha approvato il primo sistema WSI per la diagnosi primaria, il che secondo i ricercatori ne rappresenta un importante passo per facilitarne l’adozione diffusa.
L’unica area in cui la WSI non si è dimostrata all’altezza del metodo tradizionale è stata proprio quella dei melanomi, nella quale sussistono ancora discrepanze importanti.
Secondo gli esperti, comunque, la WSI ha la capacità di trasformare la pratica patologica nello stesso modo in cui la digitalizzazione ha cambiato la radiologia.
Essa non soltanto consente una migliore distribuzione della forza lavoro, ma consente anche l’assistenza diagnostica da parte di un’intelligenza artificiale per i patologi. Le immagini digitali possono risultare particolarmente utili nelle aree remote o sottoservite che non dispongono di un patologo locale, oppure allo scopo di condividere immagini con patologi di tutto il mondo, e magari nello sviluppo di algoritmi per il supporto della diagnosi.
La possibilità di manipolare le immagini digitali potrebbe consentire il miglioramento dei criteri diagnostici, il che a sua volta migliorerebbe anche l’accuratezza della diagnosi. Alcuni esperti, comunque, si dicono preoccupati delle discrepanze sussistenti per quanto riguarda le lesioni displastiche, e fanno anche notare che gli studi effettuati hanno sinora impiegato personale accademico, la cui capacità diagnostica potrebbe essere superiore a quella di un patologo sul territorio. 

JAMA Dermatol online 2017, pubblicato l’11/10