Media, bambini e adolescenti: possibile influenza deleteria

Selezionata da Pietro Cazzola

MediaPerché è così difficile credere all’influenza dei media su bambini e adolescenti? A chiederselo è Victor Strasburger, pediatra alla University of New Mexico School of Medicine di Albuquerque e coautore di un articolo pubblicato sulla rubrica “Pediatrics Perspectives” della rivista Pediatrics. «L'autore della sparatoria alla Navy Yard di Washington, che lo scorso settembre ha ucciso 12 persone, passava fino a 16 ore al giorno giocando a videogiochi violenti come Call of Duty» esordisce il ricercatore. Ma in risposta a un articolo di Brad Bushman sul sito Cnn, oltre 1.400 persone erano dell’opinione che i videogiochi violenti non avessero effetti negativi. E non solo: in una recente sentenza (Brown v. Entertainment Merchants Association et al, No. 08-1448) il giudice Scalia della Corte Suprema degli Stati Uniti ha addirittura paragonato i videogiochi violenti alle fiabe per bambini dei fratelli Grimm e all'Odissea di Omero. «Ma come è possibile che media come videogiochi e Tv non abbiano effetti su bambini e adolescenti che passano davanti a uno schermo circa 7 ore al giorno, ma anche 11 se lo schermo è in camera da letto?» si domanda ancora Strasburger, sottolineando che nonostante le migliaia di studi svolti sugli effetti dei media, molte persone semplicemente si rifiutano di crederci. «Cosi come c’è ancora chi crede che il presidente Obama non sia nato negli Stati Uniti, che il presidente Kennedy non sia stato assassinato, che l’uomo non abbia camminato sulla luna e che l'Olocausto non si sia verificato» aggiunge il pediatra. Quando miliardi di dollari sono in gioco, è difficile assumersi la responsabilità di ammettere che il rapporto tra violenza nei media e nella vita reale esiste, e può essere anche più stretto di molti legami altrettanto deleteri e più facilmente compresi e accettati dal pubblico. Il fumo passivo e il cancro al polmone oppure l’esposizione al piombo e il deterioramento cognitivo, tanto per fare due esempi. Da qui nasce l’ultima domanda: che fare? «Dobbiamo pensare in modo creativo a come educare meglio il pubblico, e i pediatri non possono farcela da soli. Serve l’aiuto delle scuole di giornalismo e dei futuri giornalisti, delle scuole di cinema e dei futuri produttori e registi. E non dobbiamo scordare di educare i nostri ricercatori a comunicare meglio la scienza al grande pubblico» conclude Strasburger.

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